ADRIA (ROVIGO) - C’è una signora, nella provincia di Rovigo, che nella primavera del 2024 si è trovata tra le mani un’eredità particolare. Non soldi, non gioielli, non case. Ottantotto pezzi antichi: anfore, piatti, vasi che profumavano di storia. Roba di duemila anni fa, forse più. E lei, donna saggia, invece di metterli in bella mostra sul comò o di venderli al primo antiquario di passaggio, ha fatto quello che doveva fare: è andata dai carabinieri a chiedere come stavano le cose. Perché in Italia, quando si tratta di reperti archeologici, le cose sono complicate. Non basta ereditarli per possederli davvero. Bisogna dimostrare che sono stati acquisiti legalmente, che qualcuno non li ha portati via di nascosto da una tomba etrusca o da uno scavo abusivo. E spesso, troppo spesso, questa prova non c’è.

Così è iniziata una storia che ricorda un po’ i film di Indiana Jones, ma senza frusta e cappello. Al posto dell’avventuriero americano, i nostri eroi sono stati i funzionari della Soprintendenza, gli archeologi, i carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale. Gente che lavora in silenzio, senza clamore, per salvare quello che è nostro e che qualcuno vorrebbe portare via. Un anno di indagini, coordinate dalla Procura di Padova. Un anno a scavare nella storia di questi oggetti, a ricostruire il loro percorso. E quello che è venuto fuori è quello che spesso viene fuori: una parte di quella collezione era frutto di scavi clandestini, di rinvenimenti “dimenticati” di denunciare, di compravendite poco trasparenti in case d’asta. L’altra parte, quella più antica, aveva una storia che si perdeva negli anni Settanta del secolo scorso. Tempi in cui le regole erano diverse, meno severe, e forse qualcuno aveva chiuso un occhio di troppo. A febbraio 2025, il Tribunale di Padova ha chiuso la partita: dissequestro e assegnazione definitiva al Museo Archeologico Nazionale di Adria.