«Quando ho iniziato a lavorare con Jannik aveva 13 anni, abbiamo costruito un progetto. Poi ci siamo separati, e ho smesso di vivere la vita degli altri. Perché per allenare questi campioni non si ha tempo a vivere la propria vita, ora vivo la mia». A parlare senza rimpianti è il coach internazionale Riccardo Piatti, ospite al Country Club di Cuneo raccontandosi a conclusione di una giornata di stage e incontri. Piatti ha avuto l’onore di allenare per anni colui che poi è diventato il numero uno al mondo, Jannik Sinner. Piatti parla anche dell’addio, dopo sette anni, al numero uno del tennis e di ciò che lo impegna ora. Non poteva che essere il tennis, coltivando talenti nel suo Piatti Tennis Center a Bordighera. «Ho un centro di tennis dove insegno, ho 22 maestri, arrivano molti ragazzi. Certo il mio istinto è sempre quello di trovare un giocatore che un giorno diventerà un campione. Colui che tra dieci anni batterà Carlos Alcaraz e Jannik Sinner».

Bisogna allenare anche la mentalità

Piatti racconta anche di come sia importantissimo allenare la mentalità, perché è quella a fare la differenza. «Nel periodo Covid a Jannik, una volta a settimana, facevo un riassunto delle partite Nadal-Djokovic facendogli vedere i momenti peggiori e come uscirne. Non i migliori. È un approccio mentale, le emozioni e le paure, le hanno anche loro, ma hanno allenato una forma educativa, che è quella di capire come prendersi le responsabilità e come farlo nei momenti importanti». Tante le indicazioni che ha dato, rivolte soprattutto all’importanza dei giovani. «L’allenatore deve pensare a un percorso educativo, che comprende conoscere una disciplina sportiva, cadere e rialzarsi, saper perdere, gestire il rapporto con gli altri. La sconfitta non è un dramma, è una parte costruttiva del percorso di crescita della persona, prima ancora che dell’atleta. Insomma, il risultato è l’ultima cosa. L’allenatore in primis non deve fare danni e saper tirare fuori le caratteristiche del giocatore». La differenza si vede il giorno dopo una partita persa, «chi parte e decide di andare al mare e chi torna a lavorare. I campioni non nascono campioni, hanno delle attitudini e oggi la Federazione non perde più i ragazzi che i circoli producevano».