Dal nostro corrispondente

NEW DELHI - Il futuro del governo thailandese è appeso a un filo dopo che la giovane premier Paetongtarn Shinawatra, in carica da soli 10 mesi, sembra essere caduta in una trappola tesa da Hun Sen, uno dei più longevi e spietati leader politici del Sud Est Asiatico che da decenni domina la vita politica cambogiana.

L’episodio che ha innescato la catena di eventi che potrebbe portare alla caduta dell’esecutivo thailandese risale alla sera del 15 giugno scorso, quando c’è stata una telefonata di 17 minuti tra Hun Sen e la Shinawatra. Nel colloquio, reso necessario dalle crescenti tensioni sul confine tra i due Paesi a causa di un’annosa disputa territoriale, si sente la 38enne premier thailandese compiere un lento ed elaborato suicidio politico.

Prima rivolgendosi al leader cambogiano in tono reverenziale, chiamandolo «zio» (un modo affettuoso e rispettoso di rivolgersi a una persona più anziana in molti Paesi asiatici), poi offrendosi di fare «qualunque cosa» di cui lui abbia bisogno, quindi spiegando di non aver mai risposto alle sue provocazioni perché lo ama e rispetta e accusando infine il proprio esercito di non avere a cuore il bene del Paese.

Tutte parole che la Shinawatra, figlia del due volte premier Thaksin, era ingenuamente convinta fossero destinate a restare private, ma che invece Hun Sen – che non è nuovo a rendere pubblici colloqui privati per screditare i propri avversari politici – ha condiviso con un’ottantina di altre persone. Nel giro di pochi giorni ha iniziato a circolare una versione editata di 9 minuti del colloquio. Messo alle strette, Hun Sen ha detto di aver registrato «come da abitudine» la telefonata «per il bene della trasparenza», dopodiché si è detto pronto a pubblicare la versione integrale. Cosa che ha puntualmente fatto.