Doveva essere tutto perfetto, e lo è stato. A cominciare dall'inizio, com'è giusto che sia. E il segnale del rigore che Elisa si è data per il suo primo San Siro, trasformando quello che avrebbe potuto essere un semplice concerto, seppur pieno di intensi sbalzi emotivi, in qualcosa di più grande e fondante anche in ottica sostenibile e green, lei lo mostra fin da subito. Salendo puntualissima sul palco, e spiazzando persino chi pensava di prendersela comoda a prendere il proprio posto allo stadio.

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di Andrea Silenzi

Saranno in 54 mila ad ascoltarla qui: «Benvenuti, San Siro», urla sfoggiando un kimono bianco in seta Ahimsa. «Tutti con le mani al cielo, tutti con me», e intona Labyrinth imbracciando una chitarra nera lasciando cantare al pubblico la prima parte del ritornello. “Wow!» esclama come farebbe chi non riesce a trattenersi. Alle sue spalle si aprono grandi ninfee bianche che sembrano incombere sui musicisti piazzati ai lati del palco, sormontato da liane luminose e edera, a evocare un legame profondo con la terra (le coriste invece stanno nel mezzo, giusto un passo dietro a Elisa).

«Siete pronti?», chiede a gran voce prima di iniziare Rainbow liberando il ritmo che monta anche tra il pubblico. Con Broken arriva il primo vero boato di approvazione e la successiva Una poesia per te la cantano tutti. Tanto che sarebbe già candidata a essere il momento più emozionante della lunga notte di Elisa a San Siro, se non fosse che intorno allo stadio è ancora pieno di luce. Mancano la notte e le stelle, gli effetti luminosi a cui si appoggeranno altri brani, ma già Elisa è il suo pubblico, e viceversa: «Noi siamo uno», aveva detto e così è per davvero. Alle prime file lo sanno molto bene, ragazze e ragazzi, inquadrati dagli schermi giganti, si lasciano andare all'emozione, piangendo anche. Tanto è il momento e il posto giusto per farlo. Heaven out of hell e Dillo solo al buio scorrono intense, mentre The waves con il suo crescendo riprende per mano ancora una volta il pubblico che se ne sta volentieri dentro il flusso del live, la “wave” come l'aveva chiamata lei alla vigilia – proprio così – parlando del modo in cui aveva pensato alla scaletta per questo live. E l'impressione è davvero che si proceda per ondate emotive, e che Stay sia un altro picco di sensibilità tipica di Elisa, una cresta che si lascia spingere dal vento e dai cori delle persone sotto al palco e ancora più su, al primo, al secondo e al terzo anello. «Io non so come ringraziarvi”, dice lei guardandosi attorno.