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Tre anni fa, mio figlio – oggi felicemente laureato – ha annunciato con entusiasmo che voleva specializzarsi in luxury marketing. Da filosofa, non riuscivo a immaginare un mondo più lontano dal mio. Anche per questo, l’anno successivo ho preso parte a un prestigioso progetto PNRR-MUSA (Multilayered Urban Sustainability Action), collaborando in particolare allo Spoke 5, intitolato Sustainable Fashion, Luxury and Design, un laboratorio universitario che si proponeva di mettere in dialogo il sapere umanistico con l’innovazione tecnologica applicata al settore del lusso. È stato allora che mi sono detta: se il lusso continua a interpellarmi, forse è il caso di prenderlo sul serio.

La filosofia e in particolare l’estetica, per ragioni che affondano tanto nella sua storia quanto nella sua struttura etico-teoretica e nelle sue predilezioni, esplicite o implicite, ha sempre trattato il tema del lusso con cautela, quando non con sospetto. Se il lusso è oggetto di innumerevoli elaborazioni teoriche in ambiti come la sociologia, l’economia, il marketing o i cultural studies, le riflessioni filosofiche sono sporadiche e spesso confinate ai margini di considerazioni morali o di economia politica. Fare filosofia del lusso significa prima di tutto partire dalla domanda fondamentale: che cosa è il lusso? Noi tutti pensiamo di saperlo, eppure ci sfugge. Non basta cavarsela scrivendo, come voleva Voltaire, che è una parola cui non corrisponde un’idea precisa. La prima domanda da farsi è proprio perché al concetto di lusso non si accompagni una definizione esauriente.