Agenti della polizia davanti al Matitone martedì 17 giugno durante le perquisizioni
Diamo oggi ampio spazio, com’è nostro dovere, a una nuova inchiesta giudiziaria che coinvolge la politica genovese. Un ex assessore comunale è indagato per corruzione (avrebbe favorito alcuni imprenditori) e per aver fatto inviare al quotidiano La Verità uno o più dossier allo scopo di screditare – durante l’ultima campagna elettorale, quella per il Comune di Genova – il centrosinistra. I pubblici ministeri hanno aperto anche un diverso filone d’inchiesta su alcuni agenti della polizia municipale, ipotizzando altri reati. Che sia una notizia grossa, lo stanno a testimoniare le molte reazioni che arrivano dal mondo politico.
Tutto ciò premesso, vorrei che fosse molto chiara una cosa: l’ex assessore, il suo dirigente e gli agenti della polizia locale coinvolti hanno soltanto ricevuto, allo stato, un avviso di garanzia. Cioè il documento con cui la Procura della Repubblica avvisa (appunto) un cittadino: sto indagando sul tuo conto, hai il diritto di nominarti un avvocato difensore. Siamo quindi alle primissime battute delle indagini e non si possono trarre conclusioni di alcun tipo.
È un’ovvietà, lo so. Ma un’ovvietà che va ripetuta all’infinito perché abbiamo visto troppe persone distrutte dalla gogna mediatica seguita a un avviso di garanzia. Molti sono stati poi prosciolti, ma ormai la loro vita era stata spezzata. Questo non deve più succedere. Il Secolo seguirà la vicenda con il rilievo che merita, ma dando spazio a entrambe le parti - all’accusa e (se vorrà parlare) alla difesa – e senza bollare nessuno. Solo i giudici potranno e dovranno emettere una sentenza, di assoluzione o di colpevolezza.







