Scrivo per fornire un contributo alla discussione sulla ricerca pubblica italiana che in questi giorni “Tuttoscienze” sta ospitando. Il 21 maggio e il 3 giugno scorsi, prima il Senato e successivamente la Camera, hanno approvato un emendamento al decreto Pnrr-Scuola riguardante due nuove figure contrattuali, gli incarichi post-doc e di ricerca, da affiancare al Contratto di Ricerca (CdR). Il CdR era stato approvato nel 2022 con un emendamento al decreto Pnrr 2 e presentato come una soluzione “contro il precariato”, poiché aboliva e sostituiva gli assegni di ricerca (AdR) precedentemente utilizzati. Tuttavia, anche a valle di questa approvazione che converte in legge il DL 45/2025, numerose sono le voci levatesi contro la creazione di nuove figure pre-ruolo nell’Università italiana.

Chi lavora nella ricerca italiana, tuttavia, ha ben presente che la soluzione per ridurre il precariato non è eliminare i precari (come succederebbe se i contratti di ricerca rimanessero l’unico strumento disponibile per reclutare ricercatori e ricercatrici post-doc), bensì va perseguita in un momento successivo del percorso accademico, ossia quello in cui si perfezionano le assunzioni stabili (tenure track). È su questo tema che bisognerà agire, aumentando il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) degli atenei e riportando il turn over almeno al 100%. Proposte ambiziose su questo tema sono già sul tavolo: la Strategia italiana per la ricerca fondamentale presentata nel 2022 propone una “road map” concreta per stabilizzare la spesa pubblica per ricerca e sviluppo in Italia allo 0,7% del PIL, anche oltre il PNRR. Vale la pena appoggiarle.