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Marco pesa 2 kg, misura circa 55 centimetri ed è un «meraviglioso bimbo in cerca di mamma», dice un post su Facebook di fine marzo: può sembrare che si parli di un neonato, ma Marco è una bambola “reborn”, una riproduzione estremamente realistica, per alcuni fin troppo. Tra gli appassionati, che esistono un po’ in tutto il mondo, c’è chi le colleziona e basta e chi invece le porta al parco giochi, al supermercato o in aereo proprio come fossero dei figli.
Per il gioco di ruolo che si lega a questa forma di collezionismo, da anni le reborn attirano critiche e giudizi, stimolando al tempo stesso dibattiti e riflessioni. Più di recente sono diventate un caso nazionale in Brasile e un fenomeno sui social, anche in Italia.
Le bambole reborn si chiamano così perché in origine erano bambole comuni a cui venivano tolti trucco e capelli finti per renderle più realistiche, perciò “rinate”. Negli anni Novanta attirarono subito nicchie di collezionisti negli Stati Uniti, ma con la crescente copertura mediatica e la diffusione di Internet si diffusero anche in altri paesi, dall’Australia al Regno Unito, dalla Germania al Brasile, prima in ambito terapeutico e poi come strumento di gioco di ruolo. Molte donne infatti ci interagiscono e simulano i momenti tipici della vita dei neonati. Si confrontano soprattutto sui social, dove si trovano gruppi con migliaia di iscritti e content creator con un seguito enorme.






