Ogni genitore che abbia a cuore il destino dei propri figli investe nella loro educazione; il loro futuro ne dipende largamente, infatti. Nella società della conoscenza, lo stesso vale per stati e nazioni. Specie per paesi poveri in materie prime, il benessere è garantito solo da formazione, ricerca e capacità innovativa. La Finlandia, che in pochi decenni ha scalato le classifiche di reddito e qualità della vita grazie a massicci investimenti in formazione e innovazione, dimostra che il ritorno si può avere anche a medio termine. Purtroppo, il declino è ancor più rapido. L’Italia è da tempo tra i fanalini di coda tra i paesi sviluppati per gli investimenti in ricerca. Non c’è da stupirsi se il nostro reddito pro-capite, superiore alla media europea all’inizio del millennio (110% vs 100%), sia oggi inferiore (95% vs 100%).
Gli investimenti in denaro sono necessari, ma non bastano. Serve una cultura che sostenga, organizzi e governi la ricerca. Pensiamo allo sport: in Italia, il successo di discipline sportive (a parte il calcio)
era limitato e spesso ristretto a pochi atleti di grande valore capaci di emergere malgrado la mancanza di un supporto adeguato. Negli ultimi anni la mentalità è cambiata, sono stati scelti i tecnici giusti per selezionare e valorizzare i talenti, sono aumentate le infrastrutture e l’apprezzamento sociale. Gli atleti sostengono allenamenti durissimi e accettano una selezione squisitamente meritocratica. Chi non vorrebbe che la propria squadra del cuore assicurasse un ottimo training e reclutasse i migliori giocatori? Questa mentalità deve permeare anche l’ambiente della ricerca scientifica: non solo denaro, ma un cambio radicale di mentalità nel reclutamento e nel supporto ai ricercatori, dal trattamento economico alla rivalutazione del loro ruolo sociale.






