Meloni-Macron al G7

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Un’immagine fornita dalla Luna Crescente iraniana mostra soccorritori al lavoro tra le macerie di un edificio residenziale colpito a Tehran da missili israeliani

Un altro conflitto sta incendiando il Medioriente. Israele ha attaccato l’Iran che, senza attardarsi, ha risposto inviando missili e droni. Una escalation che nei palazzi del potere era prevedibile, ma che per le strade, tra la gente, era del tutto fuori dai piani. In poche e pochi si sarebbero aspettati uno spostamento di scenario di guerra come quello in cui siamo piombati ormai qualche giorno fa. Le prospettive future dovrebbero far tremare i polsi, giusto qualche ora fa il presidente USA, Donald Trump, ha lasciato i lavori del G7 in Canada firmando un documento volto ad allentare la tensione, ma modificato col concetto che l’Iran è la “fonte principale di instabilità e terrore nella regione”, le evoluzioni geopolitiche vedono protagonisti America, Cina e Russia con, sullo sfondo, un’Unione europea sempre meno centrale.

Al netto delle valutazioni politiche decisamente troppo complesse per poter essere decrittate, c’è un tema che appare chiaro anche ad occhi non troppo allenati a osservare il presente: la normalizzazione dei conflitti. In uno scenario internazionale in cui la guida di un Paese come l’Iran sta per cadere sotto il fuoco di Netanyahu, i morti, da una parte e dall’altra si contano quotidianamente e le immagini di distruzione e macerie sono all’ordine del giorno, le persone faticano a indignarsi. Ascoltano, seguono, quando va bene, approfondiscono l’informazione, ma poi finisce lì. La guerra non preoccupa più e, talvolta, rischia addirittura di non fare notizia.