Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

Ultimo aggiornamento: 8:03

Sono tornata dall’India il giorno prima che il cielo si aprisse su un volo partito da Ahmedabad e mai arrivato a Londra. Una tragedia in volo. Un superstite.

In quelle stesse settimane, anch’io ho volato spesso. Più volte, più rotte. Alcune con Air India. Quando ho letto la notizia, il cuore ha fatto un sobbalzo. Poteva succedere a me. Poteva succedere a chiunque. È uno di quei pensieri che sfiorano la pelle e poi vanno in profondità. Che non servono per spaventare, ma per aprire. Aprire un varco nel quotidiano, nel rimosso, nel non detto.

In quel momento, ho sentito affiorare una domanda semplice e spietata: se fossi stata io su quell’aereo, avrei lasciato tutto in ordine? Non parlo solo di carte e documenti. Parlo della mia vita. Delle parole dette e di quelle rimaste dentro. Dei legami, delle volontà, delle scelte che ci riguardano ma che, in caso di morte improvvisa, toccano profondamente anche chi resta. È una domanda che chi lavora nell’ambito della death education dovrebbe porsi più spesso in prima persona, prima ancora che proporla agli altri.