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Nella notte tra sabato e domenica un missile balistico lanciato dall’Iran ha colpito un edificio di due piani a Tamra, una città a maggioranza palestinese che si trova a circa 20 chilometri da Haifa, nel nord d’Israele. Nell’attacco sono state uccise quattro persone: Manar Khatib, un’insegnante locale; sua cognata Manar Diab; e le sue due figlie, Shatha e Hala.

L’attacco ha evidenziato una condizione comune a molte città israeliane abitate in prevalenza da persone arabe e palestinesi: la mancanza di rifugi antiaerei in cui ripararsi in caso di bombardamenti. È una grossa differenza rispetto alle città a maggioranza ebraica, dove nel corso degli anni è stata costruita un’efficace rete di bunker e rifugi sotterranei finanziata dal governo.

In assenza di bunker, in caso di attacco l’unica opzione per gli abitanti è cercare protezione all’interno delle case. Per gli edifici costruiti dopo il 1992 la legge israeliana impone la costruzione delle cosiddette mamad: stanze rinforzate con pareti in cemento armato, porte isolanti e finestre antiurto, progettate per offrire un livello minimo di sicurezza durante un attacco. Tuttavia queste stanze non sono in grado di resistere all’impatto di un missile balistico, per il quale servirebbero appunto dei bunker sotterranei.