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Quando Francesca ha cominciato a rendersi conto che quello sentiva per Irene era speciale – «una felicità diversa rispetto a quando incontravo altre amiche» – aveva trentotto anni, due figli, un matrimonio che durava da più di dieci anni, e si era sempre considerata eterosessuale. «È una cosa che per un po’ è rimasta così, in penombra, perché avevo i figli a cui badare e altre cose su cui mi dovevo concentrare», racconta. «Solo quando la relazione con il mio ormai ex marito ha iniziato ad andare molto molto male ho deciso che poteva esserci lo spazio, dentro di me, per capire cos’erano quei sentimenti, per farmi qualche domanda in più. Ho detto “va bene, adesso è il momento di occuparmi di questa cosa”: ho riconosciuto il sentimento di attrazione che provavo verso di lei e ho deciso di nominarlo per quello che era. Non potevo più raccontarmela tanto diversamente».

Irene era apertamente lesbica da quindici anni, ma non aveva mai sospettato che l’amica provasse quei sentimenti nei suoi confronti. «Quando ho deciso di lanciarmi con lei, è caduta dal pero», dice Francesca, «Poteva essere un disastro, ma per fortuna è andato tutto bene». Oggi sta con Irene da due anni e non crede che potrebbe «tornare mai con un uomo». Sente, insomma, di far parte di quelle che nella comunità LGBTQ+ si chiamano “lesbiche tardive” o, con un’immagine un po’ più poetica, in inglese, “late-blooming lesbians”: “lesbiche che sono sbocciate più avanti nell’età”.