Trentacinque capi di abbigliamento gettati via ogni secondo. Un valore di mercato che in un decennio è cresciuto di quasi un miliardo di euro, passando da 2,3 a 3,2 miliardi. Sono i numeri, impressionanti, del fast fashion in Francia, un modello di consumo “usa e getta” che ha presentato un conto ambientale e sociale non più sostenibile. Di fronte a questo scenario, il Senato francese ha deciso di “mettere la freccia e superare tutti”, come commenta l’esperta di sostenibilità Francesca Rulli, approvando martedì scorso a larghissima maggioranza (337 voti a favore, uno contrario) un disegno di legge pionieristico, il primo in Europa, per regolamentare la moda a basso costo. Il testo, ribattezzato “legge anti-Shein”, ora dovrà passare in commissione congiunta a settembre per poi ricevere il via libera da Bruxelles, e prende di mira soprattutto i colossi dell’ultra-fast fashion, le piattaforme di e-commerce cinesi come Shein, appunto, e Temu.
Cosa prevede la legge
Il testo introduce un sistema di eco-score per valutare l’impatto ambientale di ogni prodotto (emissioni, uso di risorse, riciclabilità). I marchi con i punteggi più bassi, cioè i più inquinanti, saranno soggetti a una tassazione ecologica progressiva: fino a 5 euro per articolo dal 2025, che saliranno a 10 euro entro il 2030 (con un limite massimo del 50% del prezzo al dettaglio). Sono previsti anche il divieto di pubblicità per questi marchi e sanzioni per gli influencer che li promuovono. Nel mirino, dichiaratamente, le piattaforme di e-commerce cinesi Shein e Temu. Ma proprio qui sorge la controversia: la legge, nella sua forma attuale, risparmia dalle sanzioni più severe i principali player europei del fast fashion come Zara, H&M e Kiabi.







