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L’aumento del costo della vita di questi ultimi anni ha incentivato un leggero aumento degli stipendi in Italia, ma è possibile che la grandissima parte delle persone coinvolte non se ne sia accorta: perché se i redditi crescono, aumentano anche le tasse da pagare. E non solo per il principio costituzionale della progressività delle tasse – più guadagni, più ne paghi – bensì per un fenomeno che si chiama “drenaggio fiscale”. La conseguenza è che gran parte degli aumenti finisce in tasse, soprattutto per chi ha redditi medi e bassi: la fascia di persone con più trattenute in busta paga. E le cose, secondo un rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB), da quest’anno potrebbero andare anche peggio.

Il principio del nostro sistema è, in teoria, che più si guadagna e più si deve contribuire al bilancio dello Stato. Ma in caso di inflazione, cioè quando i prezzi aumentano e con lo stesso reddito si possono fare o comprare sempre meno cose, si possono produrre distorsioni. In Italia ci sono tre aliquote, cioè le percentuali da applicare al reddito per calcolare le tasse: sui redditi del primo scaglione, cioè fino a 28mila euro, si paga il 23 per cento di imposte, che diventa il 35 per cento tra i 28 e i 50mila euro (secondo scaglione), e che cresce al 43 per cento sopra i 50mila euro (terzo e ultimo scaglione).