Le automobili di nuova generazione stanno lasciando a casa l’autoradio. Un problema “per la pluralità dell’informazione” come ha appena denunciato Massimiliano Capitanio, commissario dell’Agcom, con la solennità di chi sa che il diavolo si nasconde nei dettagli. Le nuove vetture, specie quelle elettriche, piccole, scattanti, amate dai giovani, escono di fabbrica senza quel rettangolo di plastica e pulsanti che per decenni ha fatto da colonna sonora alle nostre vite. Al suo posto, un display lucido, un’interfaccia Usb, un invito suadente a collegare il proprio smartphone e a scegliere, da lì, il proprio mondo sonoro. Spotify, podcast, playlist curate da algoritmi. Tutto, tranne la radio. Eppure fino a qualche anno fa, era il 2020, sembrava invece che la radio stesse per rinascere proprio grazie ai viaggi in auto.
E invece niente. Ma va ricordato che la radio è un presidio, una rete di sicurezza, un’infrastruttura che, come le autostrade o le poste, garantisce che l’informazione – quella vera, plurale, regolata – arrivi a tutti. Anche in caso di blackout digitale, di crisi, di emergenze. Le frequenze Fm, spiega Capitanio, sono un baluardo, un “back-up infrastrutturale” per le nostre democrazie. Parole che suonano quasi marziali, ma che colgono un punto: in un mondo che corre verso il tutto-connesso, la radio resta un’ancora, una certezza che non dipende da un wifi ballerino o da un abbonamento premium.







