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Oggi la sinistra scopre e inizia a temere il Salvini che ha in sé. Dopo aver sbeffeggiato per anni le politiche migratorie del centrodestra, si accorgono che anche il loro stesso elettorato condivide quelle preoccupazioni
Lunedì 9 giugno 2025, ore 15, inizio del nuovo psicodramma della sinistra italiana. Non ci riferiamo solo alla clamorosa débâcle referendaria nel suo complesso e alla conseguente affermazione della premier, ma a una particolare sconfitta: quella piccola, ma profonda e dolorosa ferita che è il quinto quesito, quello che riguardava la cittadinanza breve per gli stranieri. Tema bocciato, ancor più degli altri quattro, dagli stessi elettori dem. E da quel quesito politico ne nasce uno squisitamente esistenziale: come fa il mondo progressista - la casta degli ottimati -, a essere scivolato su un argomento così popolare e pure populista? Come è possibile che nella terra d'elezione del buonismo siano germogliati i semi del cattivismo? Da lunedì su giornali, siti e profili social d'area è iniziata una seduta collettiva di autoanalisi per cercare di trovare una spiegazione a quel 34,57% di No che pesa come un macigno e fa precipitare nella Fossa delle Marianne l'autostima della gauche nostrana. Dare una risposta obiettiva consisterebbe nell'avventurarsi in una feroce autocritica, per poi gettare alle ortiche l'ultimo ventennio di politiche sulla sicurezza e sulle migrazioni.






