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Ultimo aggiornamento: 7:55
In un contesto dove gli ospedali sono un bersaglio, dove le ambulanze vengono colpite e i medici interrogati, ogni atto di cura è un atto politico. Curare, in Palestina, è resistere. È affermare la dignità umana in mezzo alla disumanizzazione. È dire: “Noi esistiamo. Siamo umani e continueremo a esistere e a prenderci cura di noi e degli altri”.
In Palestina, anche la salute mentale non è solo una questione clinica. Ma è una questione politica. È il riflesso di un’occupazione che non si limita a controllare i corpi, ma invade le menti. È il risultato di una violenza che non si esaurisce nei bombardamenti, ma si insinua nella quotidianità, nei sogni, nei silenzi. È una sfida di giustizia e autodeterminazione, perché colpisce l’identità, la memoria, la possibilità stessa di immaginare un futuro.
A Gaza, secondo il Gaza Community Mental Health Programme (2024), oltre il 90% della popolazione mostra sintomi di disagio psicologico significativo: ansia, depressione, insonnia, disturbi da stress post-traumatico. I bambini crescono tra le macerie, con il cielo che non promette mai bel tempo. La guerra è ovunque: fuori e dentro.






