«I tagli Irpef? Abbiamo ancora due anni e mezzo». Interpellato a margine degli Stati generali dei commercialisti sulla riduzione fiscale per il ceto medio, il ministro dell’Economia fa il suo lavoro: predica prudenza, a tutela di conti pubblici premiati fin qui da mercati e agenzie di rating.
C’è chi ha letto in questa manciata di parole un segno di tensione con Palazzo Chigi. La realtà è un po’ più complessa. Primo: l’attenzione alla delicatezza dei sui conti è condivisa, come conferma Maurizio Leo: «Avete visto i mercati? Avete visto le agenzie di rating? Avete visto lo spread sceso a 90 punti?» ha chiesto alla platea dei professionisti il viceministro all’Economia, regista della riforma fiscale e vicinissimo alla premier: «Proprio perché vogliamo fare le cose - ha aggiunto - dobbiamo agire con la massima cautela».
Il nodo risorse
C’è però un secondo elemento, ancora più concreto, da considerare: le risorse. Che al momento non si vedono, ma ci sono. Almeno in parte.
Sono nascoste nel cosiddetto «fondo delega», lo strumento creato dalla riforma fiscale per far convogliare il gettito prodotto dalle sue misure, a partire dal concordato preventivo biennale. La prima edizione, a quanto spiegato dallo stesso Leo in più occasioni, avrebbe determinato un gettito da 1,6 miliardi, a cui aggiungere i frutti del ravvedimento speciale, ossia la sanatoria sugli anni 2018-22 riservato a chi ha aderito all’intesa. Tutte queste cifre sono rimaste per ora ufficiose, e non è un caso: solo quando diventeranno ufficiali entreranno infatti nei saldi di finanza pubblica, dopo il monitoraggio del dipartimento Finanze che certificherà il gettito davvero aggiuntivo, come previsto dal decreto sul concordato (articolo 40, comma 3 del Dlgs 13/2024).








