Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano
Ultimo aggiornamento: 15:44
Fino al 12 giugno sarà possibile vedere al Teatro dell’Opera di Roma una splendida versione de L’Italiana in Algeri di Gioachino Rossini, una delle opere più irresistibilmente brillanti della storia della musica.
Tantissimi i temi che emergono urgentemente attuali nella dinamica del “dramma giocoso per musica” su libretto di Angelo Anelli: dietro la parodia apparentemente innocua degli stereotipi, c’è coraggioso orgoglio patriottico, femminismo intelligente ante litteram, ma soprattutto compassionevole distacco dalle passioni, uno sguardo addolcito da un supremo sorriso sub specie aeternitatis che contempla il trambusto dolente e confuso delle vicende umane.
Un paradosso meraviglioso e illuminante: bellissimo pensare come Arthur Schopenhauer amasse Rossini (“parla il proprio linguaggio in maniera così chiara e pura che non ha affatto bisogno di parole e produce il suo effetto anche se viene eseguita in modo esclusivamente strumentale”), in un gioco speculare tra archetipi complementari: da un lato il genio dell’opera buffa e dei vivacissimi “crescendo”, afflitto proverbialmente da patologia depressivo-malinconica, dall’altro il più pessimista dei filosofi fautore del distacco dalla volontà, dedito in maniera impenitente al libertinaggio fino all’età avanzata.






