Los Angeles, la città degli angeli caduti, ha messo in scena l’ennesimo atto di un dramma da guerriglia urbana: cinque Waymo, i taxi senza conducente di Google, sono stati assaliti e tre di essi dati alle fiamme in una notte di caos nel cuore del Civic Center. Pneumatici squarciati, vetri frantumati, graffiti che urlano “anti-ICE” – contro i raid anti-immigrazione – e un’orchestra di clacson impazziti, come se le macchine stesse, nel loro ultimo rantolo digitale, implorassero pietà. Non contenti, i manifestanti hanno scagliato monopattini elettrici Lime contro le auto in fiamme, in un gesto che sembra uscito da un videogioco distopico. È l’America del 2025: un posto dove la rabbia contro il sistema si sfoga su un taxi che guida da solo.

Un nemico invisibile

Una rivolta che fa riflettere però: quei taxi senza conducente, figli di un algoritmo che promette efficienza e futuro, sono diventati il bersaglio perfetto per una frustrazione che non ha più un volto preciso contro cui scagliarsi. Non c’è un autista da insultare, non c’è un padrone da contestare: solo una scatola di metallo e sensori, un avatar del progresso che però non sanguina, non risponde, non si difende. E allora si brucia. Si spacca. Si graffia con insulti che, in fondo, sono un grido contro qualcosa di più grande: la disumanizzazione del mondo, l’algoritmo che spazza via il lavoro, la vita, il contatto.