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Il figlio lavora a Dublino e quindi sta a Dublino.
È che questa storia dei referendum mi ha fatto pensare un po’ ai figli. Sono via per lavoro – stanno bene, non c’è niente di drammatico qui – ma mi sono venuti in mente.
Il figlio sta a Dublino e detesta stare a Dublino. Dublino non gli piace. Non gli piace proprio: la disprezza, la biasima, gli fa schifo, la critica e non la sopporta. Perché al figlio Dublino non piaccia io non l’ho veramente capito. Ma non mi dite che voi i vostri figli li capite sempre. Gli ho detto: «È lavoro, Marco, funziona così. Per lavoro, pensaci, c’è gente che deve stare a Calenzano». Sono toscano e come panorama emotivo/comparativo tendo a usare la Toscana.
Lui mi ha detto che tutte le mattine, quando si sveglia a Dublino, apre la finestra e guarda il mare. Io l’ho interrotto: «Da Calenzano non lo vedi il mare, pensaci, Marco». «Ogni mattina guardo il mare», ha detto lui, «perché spero di vedere la flotta inglese che nella notte è arrivata ad occupare Dublino». Perché Dublino gli sta veramente antipatica.















