ROMA - Rinunciare al voto o spendere centinaia di euro per tornare a casa e recarsi alle urne. È l'interrogativo - vado o non vado? Scendo o resto qui? - con cui si sono trovati a fare i conti chissà quanti tra studenti fuori sede, cittadini che hanno trovato un posto di lavoro lontano dal paese natio, malati costretti a lasciare casa e famiglia per curarsi altrove.

Un popolo invisibile e destinato a non decidere né incidere, stimato in un esercito silenzioso di 4,9 milioni di persone a cui, di fatto, a lungo è stato negato il diritto di voto trasformandolo in un privilegio, tra spese da sostenere e ferie o permessi da ottenere per mettere una crocetta sulla scheda elettorale. Un vulnus da sanare e che forse verrà finalmente colmato con la nuova legge elettorale. L'uso del forse? È d'obbligo, perché la riforma delle regole del gioco in politica vale come una partita su un campo di pallone: il risultato può cambiare fino all'ultimo minuto utile, finché l'arbitro non fischia tre volte. Ma intanto ieri è stato segnato un goal che per una volta mette tutti d'accordo. Sarà che quella dei fuorisede è una battaglia sacrosanta, invocata dal fronte progressista e ieri portata in rete dal centrodestra, fautore di una riforma elettorale da molti bollata come Melonellum per denunciare, l'accusa mossa, il colpo di mano della premier. L'emendamento della concordia è stato presentato da Fabio Roscani, deputato di Fdi e presidente di Gioventù Nazionale, sottoscritto dall'intera coalizione. Prevede il voto per i fuorisede nel Comune dove si è temporaneamente domiciliati per motivi di studio, lavoro o cura. E vale per le elezioni politiche, europee e per i referendum.«L'emendamento prevede - spiega Roscani - che gli studenti, i lavoratori fuori sede e le persone che si curano lontano dalla propria residenza potranno iscriversi entro il 31 dicembre e poter votare nel luogo dove sono domiciliati. Saranno iscritti in apposite liste di "fuorisede" e il Comune che li ospita, dove hanno il domicilio, li iscriverà all'interno delle sezioni ordinarie dove potranno votare». Ma se sui fuorisede si è arrivati alla stretta di mano, e non era affatto scontata, a tre giorni dall'approdo in aula alla Camera della legge elettorale manca ancora l'intesa sulle preferenze, il vero scoglio su cui il centrodestra rischia il naufragio. «Sono un inguaribile ottimista - dice Giovanni Donzelli, a margine del seminario di Ecr-Fdi su "La forza dei territori" - il centrodestra fino ad oggi non si è mai diviso in nessuna votazione che c'è stata alla Camera o al Senato e non ho motivo di credere che finirà diversamente questa volta. Saremo uniti». Sulla stessa lunghezza d'onda Maurizio Lupi. Ma a sentir le sirene degli altri alleati, meglio "lasciar ogni speranza voi che entrate". Per Riccardo Molinari, capogruppo della Lega al Senato, «incaponirsi sulle preferenze non ha senso», «gli italiani non le vogliono, lo hanno detto con il referendum degli anni 90». Quanto all'apertura di Matteo Salvini sul tema, per Molinari le sue parole sono state «lette male». A sentir il quartier generale del Carroccio, però, non si direbbe affatto: il capitano ha cambiato idea e ora si dice favorevole al modello toscano, il compromesso a cui si lavora e che prevede capolista bloccati e crocette sui nomi a seguire. Martedì Salvini ha convocato la segreteria per tirare le fila, ma il cambio di rotta ha già mandato in subbuglio il partito, con il "fronte del Nord" pronto ad accusare il segretario di voler trasformare la Lega in un partito "tascabile", con cerchio magico blindato e percentuali risibili. Spirano venti di scissione, e la riforma elettorale ne gonfia le vele. Anche in casa Fi le cose non vanno poi meglio, con gli azzurri che vedono difficile un'intesa last minute e danno per scontato che alla fine sarà Fdi a presentare l'emendamento potenzialmente esplosivo. Ma nemmeno troppo, gettano acqua sul fuoco dai piani alti di via della Scrofa: «La legge elettorale scalda poco, non è certo delle preferenze che i cittadini ci chiederanno conto. Fdi si intesterà la battaglia, la difenderà sino all'ultimo. Se poi non passa, ce ne faremo una ragione».Ma le preferenze sono croce e delizia per tutti, scaldano anche l'altra metà di campo. Le cattoliche dem, 90 tra parlamentari europee e nazionali, consigliere regionali e comunali, sindache e assessore, hanno rivolto un appello ad Elly Schlein chiedendo una parola chiara pro preferenze. Mentre Giorgio Gori, europarlamentare Pd e voce dei riformisti, chiama le "parlamenarie" per stilare le liste, comunque vada a finire con lo Stabilicum. In tutto questo, c'è chi è già pronto al de prefundis o quanto meno ci spera. +Europa chiama a raccolta i cittadini e lancia la "notte della democrazia" martedì davanti a Montecitorio: un veglia, tutti armati di fiori bianchi. E a destra puntuali partono agli scongiuri.