Il dibattito sull’uso dei social da parte degli avvocati si fa sempre più acceso. Risale ormai a due settimane fa la notizia che ha coinvolto Angela Taccia, avvocato difensore di Andrea Sempio coinvolto (forse) nel caso Garlasco. L’Ordine degli avvocati della Lombardia l’ha richiamata ufficialmente per violazione dell’articolo 9 del Codice deontologico forense, ovvero per mancato rispetto del decoro professionale. Il motivo, noto ormai a molti, sono alcune Instagram stories pubblicate durante i giorni cruciali del processo, tra cui una foto che riportava la scritta “guerra dura senza paura” e un sobrio “codice penale ti amiamo”. Un mood un po' Fast and Furious ma togato e senza Vin Diesel. Peccato.La polemica è esplosa come un petardo a Capodanno, ma tutto sommato era piuttosto prevedibile. Chissà, magari era uno degli obiettivi della professionista protagonista. Ah, saperlo.Ad ogni modo la riflessione che porta questa vicenda però non è se Angela Taccia abbia o meno esagerato (si, ha un po' esagerato in effetti). Il punto è: cosa ci aspettiamo (o cosa possiamo aspettarci) oggi da un avvocato sui social?Dalla toga al feedLa faccenda è molto sentita, oggi più che mai. L’utilizzo dei social da parte degli avvocati non è più un’eccezione, ma una realtà piuttosto consolidata. Sempre più professionisti scelgono di raccontare il proprio lavoro, spiegare concetti giuridici o commentare fatti di cronaca giudiziaria attraverso Instagram, LinkedIn, TikTok o podcast. È un fenomeno che riflette un cambiamento profondo nella percezione della professione forense e nella sua relazione con la società civile.Da un punto di vista normativo, il Codice deontologico forense non vieta l’utilizzo dei social, ma ne disciplina i limiti.L’articolo 35 stabilisce che un avvocato può fornire informazioni sulla propria attività, purché siano veritiere, corrette, non equivoche, non ingannevoli, non denigratorie, non comparative e non suggestive. L’articolo 36 aggiunge che le informazioni diffuse online devono comunque rispettare i principi generali dell’ordinamento professionale e non devono consistere in messaggi promozionali, elogiativi o captativi. Infine, l’articolo 37 vieta espressamente l’accaparramento della clientela, anche in modo indiretto.Nel caso Taccia, il richiamo non ha contestato l’uso dei social in sé, ma il tono comunicativo, ritenuto non conforme al decoro professionale, in violazione del dovere sancito dall’articolo 9:E qui si apre un interrogativo sostanziosissimo: esiste un confine oggettivo tra un tono personale, moderno, magari ironico, e un comportamento che lede il decoro della professione?Forse, ma la verità è che oggi tale confine è largamente affidato alla discrezione dei Consigli di disciplina, che mettono in atto valutazioni caso per caso. Non esiste insomma una vera e propria “giurisprudenza deontologica” univoca sulla comunicazione digitale.Nel frattempo, molti avvocati, spesso in modo meritorio, scelgono di fare divulgazione giuridica, (come me, ne avrete visti a decine) rendendo accessibili temi complessi e contribuendo alla formazione di una cittadinanza più consapevole. Apprezzabile, ma anche questa attività, se non condotta con misura e parsimonia, rischia di trasformarsi in una forma mascherata di autopromozione, soprattutto quando il contenuto è costruito per generare consenso, engagement e potenziali clienti.E allora: dove finisce la divulgazione e dove inizia l’autopromozione? È un confine sottilissimo, a tratti sfumato, che dipende non solo dal contenuto, ma anche dal contesto, dal tono, dal canale utilizzato, e persino dalla percezione che il pubblico ha del messaggio. Insomma il tutto non è semplice.La professione forense si trova quindi oggi davanti a un passaggio assai delicato: tra il dovere di rispettare la tradizione e la necessità di parlare il linguaggio del presente. Una deontologia pensata per i tempi analogici fatica non poco a misurarsi con le dinamiche fluide e rapidissime dei social media, dove visibilità, linea editoriale e immediatezza sono la regola di base. Sarebbe dunque auspicabile un intervento normativo o almeno interpretativo, da parte del Consiglio nazionale forense o dei Consigli distrettuali, che offra almeno delle linee guida più chiare per una comunicazione digitale etica, coerente con i principi della professione ma aggiornata ai codici espressivi attuali.Nel frattempo, la responsabilità ricade sul singolo professionista, chiamato a trovare un equilibrio tra libertà comunicativa e rispetto deontologico, tra identità personale e dignità professionale.Raccontare il proprio lavoro, spiegare il diritto, dialogare con i cittadini è non solo possibile ma, se fatto con misura e buon senso, perfino doveroso.Insomma, in soldoni, Si può fare l’avvocato su Instagram? Sì, ma con giudizio. Tanto giudizio. Chili di giudizio. Anzi: con più giudizio di chiunque altro. Perché in un mondo in cui basta una story per finire sotto i riflettori, il confine tra informare e influenzare è sottile come un filtro di bellezza. E la toga, purtroppo o per fortuna, non accetta filtri aesthetics.
Social, quando gli avvocati fanno del web il loro campo di battaglia
Dal caso Garlasco che coinvolge Angela Taccia all'utilizzo che i professionisti oggi fanno dei social, che cosa possiamo aspettarci







