VENEZIA - Il 25 aprile del 1431 il capitano Pietro Querini partiva da Candia (l'attuale Creta) a bordo di una "cocca", imbarcazione medioevale a chiglia piatta e fiancate alte per reggere l'impatto delle onde, che univa la forza dei rematori a quella del vento. Il comandante veneziano voleva raggiungere i mari del nord per intessere rapporti commerciali; la stiva della nave era carica di spezie, vino e altre mercanzie. Il viaggio si concluse, dopo mesi, con un naufragio terribile oltre il Circolo polare artico. Una dozzina di superstiti, tra cui lo stesso Querini, raggiunse dopo giorni trascorsi su due scialuppe in balia delle onde, l'isolotto di Sandoya, che fa parte dell'arcipelago delle isole Lofoten. I naufraghi vennero salvati dagli abitanti di quello che era poco più di uno scoglio. Pescatori che catturavano un solo tipo di pesce, lo stoccafisso, che facevano essiccare su rastrelliere chiamate stocks.

Nacque così la leggenda di Pietro Querini, lo scopritore dello stoccafisso, che a Venezia si chiama baccalà. Quasi seicento anni dopo, altri veneti di terraferma, Adriano Pellizzon (63 anni di Scorzè) e Paolo Vidotto (62 anni di Povegliano), hanno percorso a ritroso, in bicicletta, il cammino che Querini aveva fatto a piedi al ritorno dalla Norvegia con il suo prezioso carico di baccalà. Un viaggio certamente più facile e meno rischioso, ma non per questo privo di fascino e di aspettative.