Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano
Ultimo aggiornamento: 16:02
“Realismo magico”, fu definito così lo stile di Josè Luis Borges, il più grande poeta argentino. Una definizione, quella di realismo magico, che potrebbe adattarsi perfettamente allo stile di gioco di Fernando Redondo, “il Principe”, che con Borges condivide il luogo dove ha trascorso l’infanzia: Adrogué, nella zona sud di Buenos Aires. Qui è nato Fernando il 6 giugno del 1959 e anche il papà era nato lì, ed era forte, fortissimo a giocare a pallone: ma rimane orfano a 18 anni e deve andare a lavorare, perciò l’esperienza calcistica si ferma in Serie C al Club Atletico Brown, la squadra locale (perché Adrogué all’epoca veniva chiamata Almirante Brown, e solo dopo prese il nome del proprietario del terreno dove fu edificata, Esteban Adrogué appunto).
Fernando Redondo invece può giocare tranquillamente a calcio, ovviamente dopo scuola e compiti perché la mamma ci tiene molto, anche se il destino sembra scritto: lo notano e lo fanno salire di un gradino, prima al club giovanile di Adroguè, poi al Tallares de Escalada. Quel bambino che gioca con la testa alta e ragiona come un adulto, che non è ossessionato dal gol o dal semplice correre dietro al pallone ma è già vocato per lo stare in mezzo al campo è un portento: trova anche una maestra di ginnastica, la maestra Lentini, appassionata di calcio che ne asseconda la passione e lo stimola a fare sempre meglio. Ha solo undici anni quando arriva in finale in un torneo giovanile contro l’Argentinos Juniors: ai dirigenti de los Bichos quasi non interessa più la partita, ma solo quel ragazzino avversario, e infatti si precipitano a casa dei genitori.







