Se siete gelosi. Se osservate il vostro partner ogni volta che prende in mano il telefonino. Se studiate il morbido incedere delle labbra e il rapido intercalare delle dita sulla testiera cercando ossessivamente di interpretare il contenuto del colloquio, l’ispirazione dei messaggi e il fine ultimo di faccette e cuoricini... Ebbene, se appartenete a questa categoria vetusta e oscurantista condannata alla reprimenda universale (signor sì, sono colpevole) smettete subito di farlo perché rischiate la galera. Fino a dieci anni di cella accanto alla peggior feccia criminale per violazione del sistema informatico e senza il consenso dell’interessato. Lo ha stabilito una recente sentenza della Cassazione respingendo il ricorso di un signorotto di Messina per nulla afflitto da ritrosia, timidezza e timor reverenziale verso la moglie. Non so dirvi se fosse gelosia la sua. O semplice bisogno di controllo.
Fatto sta che spiava come un dannato il telefono della moglie. Di giorno e di notte. Al bagno e nei sottoscala. Al punto da averle carpito password, codici otp e ogni diavoleria in lettere e numeri capace di fargli accedere all’attività telefonica dell’amata. Addirittura era arrivato ad estrarre da un telefono di lavoro che la donna non usava più e non trovava in nessun pertugio della casa diversi screenshot di messaggi whatsapp e un elenco di chiamate lungo così. Pare che non si limitasse a uno spionaggio solitario ma diffondesse i contenuti di quel telefono all’universo mondo – compresi i suoceri e il suo legale – per insinuare che la poveretta avesse una relazione con il collega. Insomma, amore folle sì, ma anche una certa furberia, perché in caso di divorzio si sapesse in tutto il paesello, in famiglia e al bar dell’oratorio che la rottura era da addebitare alla consorte e lui aveva tutto il diritto di trarne qualche guadagno in caso di separazione. Lei ovviamente non si dava pace ed è subito corsa ai ripari. Una prima denuncia nel 2022 e una seconda nel 2023 per condotte moleste e ossessive di quel marito indiscreto. La corte d’Appello di Messina accoglie le sue ragioni. E condanna l’uomo per aver prelevato i messaggi senza il consenso della signora. Lui si incaponisce e fa ricorso. Ma la Corte di cassazione lo rimette in riga. Ricorso respinto. «Whatsapp è un sistema informatico che elabora e trasmette dati attraverso reti digitali». E come tale non va violato. «Neppure il consenso temporaneo all’uso del cellulare elimina la responsabilità penale se viene superato il limite temporale fissato dal proprietario». Ora, spiare è brutto e la privacy è sacra, non solo quella dei sistemi informatici ma di ogni dettaglio del quotidiano.












