ROMA - «Violare lo spazio comunicativo privato di una persona, abbinato ad un telefono cellulare nella sua esclusiva disponibilità e protetto da password, integra il reato di accesso abusivo a sistema informatico». A stabilirlo la Corte di Cassazione, che ha rigettato il ricorso presentato da un uomo condannato dalla Corte d’Appello di Messina lo scorso dicembre - a sei mesi di reclusione - perché aveva estratto alcuni messaggi dai telefoni dell’ex moglie per portarli in tribunale per la separazione. Una condanna che comprendeva anche il reato di violenza privata per un altro episodio.

Ma rimaniamo sul primo reato che prevede una pena massima di 10 anni di reclusione. Due i telefoni della donna dai quali l’imputato avrebbe estratto chat di whatsapp e registro chiamate. E anche l’applicazione di messaggistica istantanea, sostengono gli Ermellini, può essere considerata un «sistema informatico».

La storia tra i due era diventata burrascosa già da diverso tempo e la donna aveva denunciato, a marzo 2022, atteggiamenti molesti e ossessivi del marito. Tra questi, il controllo del suo cellulare. Lo accusava infatti di «averle controllato il telefono dal quale aveva estrapolato alcuni messaggi da una chat con un collega di lavoro, inviandoli ai suoi genitori, per sostenere la tesi di un rapporto sentimentale fra i due». Poi, in un’integrazione di querela del marzo 2023, la donna aveva denunciato «di aver scoperto che il suo ex marito aveva estratto, da un telefono cellulare che utilizzava per ragioni di lavoro e che non trovava più da tempo, diversi screenshot dal registro chiamate e dalla messaggistica, consegnandoli al suo legale, il quale li aveva prodotti in sede di giudizio civile, ai fini di addebito della separazione». Non solo, a detta della donna, «nella memoria depositata dal legale del suo coniuge, erano inclusi anche screenshot estratti da un altro telefono cellulare, a lei ancora in suo, e che non comprendeva come ciò fosse potuto accadere in quanto entrambi i cellulari erano protetti da password».