Cinema e cibo danno spesso vita a un connubio esplosivo, sempre più rappresentato all’interno dell’odierno panorama audiovisivo. Basti pensare, tra i prodotti più recenti, al successo di una serie come “The Bear” o ai buoni esiti di “Boiling Point”, film in piano sequenza di Philip Barantini, regista diventato poi ancora più celebre con la miniserie “Adolescence”.

Questa settimana nelle sale italiane è arrivato “Aragoste a Manhattan”, nuova opera del regista messicano Alonso Ruizpalacios, dove la cucina si trasforma in un vero e proprio melting pot culturale.

Inizialmente seguiamo la storia di una ragazza che ha lasciato il Messico per andare a lavorare in un ristorante di New York, dove c’è già Pedro, un uomo che conosce da tanto tempo, ma molto presto il film diventa un’opera corale in cui le dinamiche della cucina del locale fungono da metafora di tante riflessioni sociopolitiche, inerenti all’integrazione e alla condivisione di esperienze tra persone molto diverse tra loro.

Al centro del film si intreccia anche la storia d’amore tenera e tormentata tra Pedro e Julia, una cameriera americana. Quando Julia scopre di essere incinta, Pedro prova a trattenerla, sognando con lei un futuro possibile, soprattutto ora che la direzione ha promesso di aiutarlo a ottenere il permesso di soggiorno. Ma quando una somma di denaro sparisce misteriosamente dalla cassaforte del ristorante, tutto cambia. Le indagini interne scatenano sospetti, tensioni e confronti.