È tutto chiacchiere e distintivo, il decreto sicurezza del governo Meloni. E non renderà l'Italia più sicura, come vaneggia la maggioranza. Non lo farà perché non sono i nuovi reati che introduce a costituire una minaccia per la tenuta del Paese. Non lo farà perché non taglia i tentacoli del potere malavitoso con un impegno alla lotta alla mafia. Non lo farà perché uno Stato che getta sotto una cappa di piombo dissenso e povertà è uno Stato che diventa più pericoloso per i suoi cittadini. I numeri, che pure non sono bastati a contrastare le premesse distorte che hanno sostenuto la scrittura di questo decreto e difficilmente serviranno in futuro per far cambiare opinione, dimostreranno nel tempo la fallace idea di sicurezza alla base di questo provvedimento.
Nel frattempo, però, l'Italia si trova su una china pericolosamente scivolosa. Perché il decreto sicurezza, fondamentalmente, provoca tre cose. Primo: aumenta la disparità tra cittadini e forze dell'ordine, in sfavore dei primi. Secondo: criminalizza il dissenso, ingigantendo gli effetti di un fenomeno molto limitato, come quello dei blocchi stradali. Peraltro attribuendolo solo a una parte che al governo non piace, quella dell'attivismo ambientale, e dimenticandosi che a farli sono anche gli imprenditori agricoli cari al ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini. Terzo: dietro al razionale di agevolare le operazioni di anti-terrorismo, aumenta e consolida i reati per cui gli agenti dei servizi segreti non sono punibili, in assenza di contro-bilanciamenti per prevenire abusi.






