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Il governo dei Paesi Bassi è caduto perché il leader dell’estrema destra Geert Wilders ha deciso che non gli conveniva più farne parte. Il ritiro del suo Partito per la Libertà (PVV) dalla coalizione ha preso alla sprovvista persino i ministri che esprimeva, oltreché ovviamente gli ex alleati. Wilders ha agito in modo repentino, rifiutando le loro concessioni, perché far precipitare la situazione era l’obiettivo: non solo far cadere il governo, ma farlo cadere per discordie sull’immigrazione. È il tema identitario del PVV, che ha perso consensi rispetto alle elezioni del 2023, quand’era stato il partito più votato: Wilders ritiene che ridargli centralità possa aiutare il partito a recuperarne.
Fin dall’inizio Wilders ha dettato i tempi della crisi di governo. Gli altri partiti della maggioranza li hanno subìti: sono il Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia (VVD) dell’ex primo ministro Mark Rutte, i centristi di Nuovo Contratto Sociale (NSC) e il Movimento dei contadini e dei cittadini (BBB). Tutto era iniziato, la settimana scorsa, quando Wilders aveva presentato un piano di 10 punti con misure estreme contro l’immigrazione, tra le quali la chiusura dei centri d’accoglienza e il respingimento al confine dei richiedenti asilo.











