Il bilancio della mediazione pacificatrice miracolosa di Donald Trump dopo oltre 4 mesi dall’insediamento e all’indomani del secondo round di Istanbul si sta rivelando miserevole, come facevano purtroppo presagire le previsioni realistiche di chi non si è lasciato suggestionare dalle promesse roboanti e dalle tattiche vessatorie da immobiliarista spregiudicato.
Le promesse hanno finito per concretizzarsi in minacce, ricatti e pressioni nei confronti del più debole per Gaza come per Kiev, le finalità diplomatiche rappresentate dagli immobiliaristi di fiducia si sono inestricabilmente confuse con gli interessi affaristici personali e la condiscendenza nei confronti dei criminali di guerra che, con i dovuti distinguo, a Mosca come a Tel Aviv perseguono la guerra in primis per garantirsi continuità di potere e impunità a tempo indeterminato.
In breve lo schema trumpiano in politica estera, come per i dazi, è sempre lo stesso: minaccia, trattativa, lieto fine per chi ha minacciato (copyright di Enrico Mentana). Ma a tutt’oggi, dopo il colloquio lampo di Istanbul che ha partorito solo uno scambio di prigionieri e di vittime sul campo, l’immagine evocata dallo stesso Trump di “Putin che lo mena per il naso” si è ulteriormente perfezionata ed è opposta a quella che pretendeva di imporre.






