Una medaglia, due lati. Il primo sono i numeri che fotografano un’emergenza: «Dall’1 luglio 2023 al 30 giugno 2024 le denunce ricevute dalla Procura di Roma sono state 4069, con una media di oltre 11 al giorno. E i dati dell’anno in corso sembrano proiettarci verso un consistente aumento delle stesse che potrebbero attestarsi ben oltre le 5000 in un anno, cioè oltre 13 al giorno, domeniche e festivi compresi». Lo specchio riflesso sono gli organici: «I magistrati assegnati al dipartimento che si occupa dei reati di violenza di genere a Roma sono, sulla carta, 16. Ma in ragione delle gravi carenze di organico di cui soffre l’ufficio il numero di quelli in servizio alla data di oggi è di 12. E la situazione non è destinata a migliorare nel breve periodo, considerato che il Csm ha ritenuto di destinare alla Procura di Roma solo 5 magistrati, meno di quanti ne sono usciti negli ultimi sei mesi».
Secondo il procuratore aggiunto di Roma Giuseppe Cascini a capo del pool “Fasce Deboli” della Capitale «in questa situazione sarebbe assolutamente impossibile garantire il tempestivo ascolto di tutte le persone offese da parte dei magistrati dell’ufficio, a meno di non distogliere tutti i magistrati del dipartimento da ogni altra attività (indagini, interrogatori indagati, udienze, turni, misure cautelari, etc.). Né sarebbe possibile destinare a questo incombente gli altri magistrati dell’ufficio sia perché anch’essi già oberati di moltissimi impegni nelle altre attività dell’ufficio sia perché si tratterebbe di magistrati non specializzati nella materia, in netto contrasto con le indicazioni più volte ribadite dal legislatore». Il Ddl femminicidio approvato nel marzo scorso dal Consiglio dei ministri continua a far discutere. E la nuova trincea della giustizia, quella che difende le donne da uomini violenti, solleva dubbi e criticità in serie. Dopo il caso Torino denunciato da Cesare Parodi, tocca al capo dei pm di Roma. «Con la riforma il giudice sarà costretto a scegliere tra una misura cautelare anche quando non sarebbe stata necessaria oppure nessuna misura esponendo la vittima grandi rischi. Nel testo, difatti, si immagina che in presenza di esigenze cautelari va sempre applicata la misura (arresto o domiciliari). Il braccialetto e il divieto di avvicinamento che tanto hanno funzionato fino ad oggi, non potranno essere utilizzate come misura graduata». Risultato? «Il giudice verrebbe messo di fronte ad una alternativa secca tra una misura custodiale e nessuna misura, con il risultato che potrebbe optare per l’applicazione della misura custodiale anche in casi in cui sarebbe stata sufficiente una misura non custodiale, con un inutile sacrificio della libertà personale dell’indagato oppure potrebbe scegliere di non applicare nessuna misura con conseguenti rischi per la incolumità della persona offesa».






