WILLY LABOR, 'BUONO PER INCARTARE IL PESCE' (CASTELVECCHI, PP105, EURO 16,00)
"La verità è che un giornalista da solo non può cambiare le cose e comunque la mattina dopo il giornale è buono solo per incartarci il pesce". È la realtà con cui dopo anni di professione si confronta Gianni Crevatin, giornalista triestino, scapolo e vicino ai quarant'anni, protagonista del romanzo di esordio di Willy Labor 'Buono per incartare il pesce', che racconta 'dal di dentro' un mestiere sempre più in bilico tra onesta ricerca della verità e necessità di trovare la notizia che fa vendere copie. Tanto che "si cavalca finché dura", dice il protagonista, anche a scapito di nuocere alla reputazione di qualcuno che non si merita tanta celebrità negativa.
Poi c'è lo scoop, che come sa bene l'autore del romanzo, giornalista e a lungo responsabile del servizio economico dell'agenzia Agi, è in grado di mettere in moto l'adrenalina nelle vene di chi fa questo mestiere anche dopo anni: Crevatin ne mette a segno uno con grande soddisfazione del giornale e del suo editore, ma per ottenerlo mette da parte gli scrupoli, con conseguenze che lo portano a confrontarsi con i limiti e l'etica della professione. Non basta più dirsi "se è una notizia, la scrivo. Non sta a me decidere se è etica o meno. Solo verificare che sia vera. Altrimenti la scrive comunque qualcun altro", come il protagonista si ripete. Qualcosa si è rotto e il racconto prosegue sul filo di una crisi che diventa anche personale. Di fronte a una giovane donna, Beatrice, che gli chiede il motivo per cui ha scelto di fare il giornalista si confessa: "Sì ok, quando ho cominciato in realtà volevo cambiare il mondo con i miei articoli" e perché no "denunciare i potenti, indicare soluzioni eccezionali, incidere sulla realtà". Poi la consapevolezza di essere solo "un ingranaggio" e la frase coniata da Luigi Barzini jr. su che fine fa il giornale il giorno dopo (ci si incarta il pesce, appunto), poi diventata un classico per indicare quanto le notizie siano effimere che ritorna alla mente di Gianni consapevole che il suo lavoro "dura solo ventiquattro ore scarse".






