Guido Crosetto non definisce un «fallimento» il vertice di Istanbul: «Dopo anni di impossibilità per ogni tipo di dialogo, è positivo ci si sieda attorno a un tavolo e si parli di liberare i prigionieri e far tornare i bambini alle loro famiglie. Anche questo, pur non essendo la tregua che auspicavamo, tiene accesa una speranza». Ma, al tempo stesso, quel vertice per il ministro della Difesa ribadisce un principio di realtà: «Il rubinetto per chiudere la crisi è nelle mani di una sola persona, Putin. Lui ha iniziato la guerra, lui prosegue l’offensiva sul terreno, lui non pare intenzionato a una trattativa vera. Come se non bastasse, aumenta le produzioni militari e annuncia nuove campagne di reclutamento: un milione e 600 mila militari, tre volte quelli che aveva all’inizio della guerra, e 5 milioni di riservisti». Che cosa ci dicono questi segnali? «È una capacità militare oggettivamente non compatibile con l’ipotesi di una tregua e della pace che tutti vorremmo. Ed è una forza militare che potrebbe investire anche su altri fronti, come ci confermano le crescenti preoccupazioni dei paesi baltici. Conferma ciò che penso da tre anni in qua: sarà il secolo delle grandi potenze e non delle grandi democrazie. Proprio per questo la sicurezza deve diventare una priorità per l’Europa, a maggior ragione ora che gli Stati Uniti spostano l’attenzione sull’Indo-pacifico, dove peraltro arrivano segnali poco rassicuranti: Hegseth prefigura una crisi a Taiwan, nei prossimi tre anni».