Pochi giorni fa OpenAI ha investito 6,5 miliardi di dollari per “io”, un’impresa nata per creare “aggeggi” basati sull’intelligenza artificiale. L’importo è in sè grande, poco più basso di quanto servirebbe per comprare Pirelli, Fincantieri, TIM o un terzo di Leonardo o di Mediobanca, ma la cosa interessante è che “io” non ha ancora né un cliente né un prodotto commerciabile: il suo fondatore ha fatto vedere un prototipo a Sam Altman, fondatore di OpenAi, e tanto è bastato. È necessario aggiungere che il fondatore è Jony Ive, il leggendario designer di Steve Jobs, creatore dell’iPhone e dell’Apple Watch, e che in “io” ci sono molti designer ed ingegneri che hanno contribuito al successo di Apple.
Al diffondersi della notizia, molti hanno iniziato a considerare Apple spacciata: già in ritardo con le applicazioni dell’AI (per chi ha dei dubbi, provi Siri), bloccata nel dilemma di innovare un prodotto iconico e generatore di enormi flussi di cassa come l’iPhone e, come se non bastasse, incapace di gestire direttamente le fabbriche e sotto pressione nel nuovo mondo dei muri tariffari.
La visione di Altman e Ive è tanto semplice quanto futuristica: pensare un “aggeggio” che sia con noi sempre, con cui interagire senza uno schermo (almeno inizialmente) e che funzioni con la potenza dell’intelligenza artificiale. In fondo dalla nascita dei computer, tutti abbiamo dovuto scrivere su uno schermo per poter interagire, creare codici, produrre documenti; un enorme limitazione alle tante modalità che gli umani hanno per pensare, creare, fare. Il modo più naturale è con la parola e, al massimo, con le immagini: la scrittura è un codice comunicativo sofisticato ma solo uno dei modi per esprimerci. L’obiettivo di Altman e Ive è vendere 100 milioni (!) di “aggeggi” che non saranno telefoni o occhiali, ma qualcosa di completamente nuovo, che si integrerà nella nostra vita con un’interazione fluida e intuitiva come è successo per il MacBook o l’iPhone. Insomma la fine dello scrolling.






