La strada per fornire assistenza sanitaria a tutti gli homeless, i senzatetto, è ancora lunga. I clochard in Italia sarebbero centomila, secondo l'ultimo censimento Istat, una stima chiaramente al ribasso vista la difficoltà intrinseca di mappare il popolo degli invisibili che sfugge in larga parte alle tabelle. Ma nella Penisola, quando, per qualsiasi circostanza, si finisce a vivere per strada, si perde la residenza e con essa una serie di diritti, tra cui quello alla salute. A meno che non ci si attivi con procedure spesso complicate. Così, quella che è un'ovvietà per quasi tutti diventa un ostacolo insormontabile per quelle che invece un tetto sopra la testa non ce l'hanno.
La normativa vigente prevede che per poter usufruire dei servizi sanitari si debba avere la residenza nello stesso territorio dell'azienda sanitaria. A questo aspetto è legata, per esempio, anche la scelta del medico di base. I senzatetto privi di residenza possono quindi accedere solo al pronto soccorso. L'approvazione bipartisan della legge numero 176 del 2024, finalizzata a riconoscere progressivamente il diritto all'assistenza sanitaria ai senza fissa dimora privi della residenza anagrafica (sul territorio nazionale o all'estero) e soggiornanti regolarmente in Italia ha provato a colmare questa disuguaglianza (dopo battaglie del terzo settore lunghe circa 15 anni). È un primo passo per la tutela di una categoria di cittadini fragili, ma non è la panacea di tutti i mali. Esistono infatti dei limiti, temporali e di intervento, che la rendono un passo avanti che però è, al momento, solo temporaneo. Vediamo perché.








