Notizia di queste settimane è quella relativa all’utilizzo da parte di Meta di LibGen, un archivio online di materiali, anche accademici, piratati, per aiutare ad addestrare i suoi modelli linguistici di intelligenza artificiale generativa. La notizia è un paradosso, soprattutto, in particolare se letta dalla prospettiva della ricerca accademica. Chi scrive è l’opposto di un sostenitore del copyright: è un sistema che offre pochissima autonomia e un lievissimo sostegno ai piccoli, e dona, invece, un enorme potere ai grandi gruppi editoriali, oltre a essere un ostacolo alla libera circolazione della conoscenza e della cultura.
Buona parte del mio lavoro accademico è pubblicato in open access, per mia scelta, ma anche per via dei privilegi legati al paese in cui lavoro come ricercatore. Parte del mio lavoro è dedicato ad Aaron Swartz. Sono stato tra i primi a intervistare Alexandra Elbakyan di SciHub, ormai dieci anni fa. Sono, insomma, tutto tranne che un sostenitore del copyright. Eppure, non riesco a vedere nulla di positivo nel fatto che il mio lavoro, piratato, sia finito tra i dati di training dell’AI di Meta, come confermano le notizie recenti. Il principale problema, però, per chi scrive, è Meta stessa e l’economia politica dell’intelligenza artificiale generativa, assieme a quella del capitalismo digitale. Di certo non la pirateria.






