“Taco” è diventato in pochi giorni il nuovo tormentone di Wall Street. L'acronimo, che significa letteralmente Trump always chickens out – Trump fa sempre marcia indietro – è stato coniato il 2 maggio 2025 dal columnist del Financial Times Robert Armstrong, al punto da essere arrivato fino alla sala stampa della Casa Bianca, provocando la reazione stizzita del presidente. Durante una conferenza stampa, una giornalista ha chiesto al presidente un commento sul fatto che alcuni analisti definiscono la sua strategia tariffaria “Taco trade”. Trump ha liquidato la domanda definendola “disgustosa” e sostenendo che le sue decisioni non costituiscono affatto un arretramento, bensì una tattica negoziale. Quella che nel linguaggio di Wall Street viene descritta come una mossa da “chicken out” – espressione usata per indicare chi si ritira all’ultimo momento – sarebbe, secondo il presidente, parte di una strategia ben precisa: lanciare minacce aggressive per poi offrire concessioni ponderate, in una forma di negoziazione commerciale a suo dire sofisticata.Taco, anatomia di una strategiaIl termine “Taco” ha preso piede proprio perché descrive con sorprendente accuratezza un comportamento ricorrente dell’amministrazione Trump. Secondo un’analisi di Nbc News, sono numerosi i casi in cui il presidente ha annunciato dazi severi per poi fare retromarcia, dando forma a un pattern così prevedibile da generare strategie di investimento specifiche. Un caso emblematico riguarda l'Unione europea: Trump aveva minacciato nel maggio del 2025 una tariffa del 50% sui beni continentali, salvo poi posticipare la misura al successivo 9 luglio dopo una conversazione telefonica con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Per poi diventare in un accordo al 15% dopo l'incontro ufficiale tra Trump e von der Leyen.L'ultimo Taco, a TeheranUn altro caso che è diventato anche oggetto di propaganda, ancor prima che di scherno, sono le minacce che Trump ha più volte lanciato all'Iran dall'inizio della guerra, il 28 febbraio 2026. Fino a promettere sul suo social Truth che “a whole civilization will die tonight”, riferendosi all'intenzione di distruggere il popolo iraniano in caso in cui il regime degli ayatollah non avesse ripristinato la navigazione dello stretto di Hormuz.Una minaccia inimmaginabile, incommensurabile che, in questo caso per fortuna dell'intera umanità, è stata smentita da da un nuovo passo indietro salutato con soddisfazione da tutti gli schieramenti politici statunitensi, democratici compresi. Ed è così che, a ultimatum scaduto, l'8 aprile 2026, l'account social Explosive Media ha pubblicato un nuovo video “di regime” che vede il “Trump Lego” (sì, i video sono realizzati richiamando i famosi mattoncini e personaggi gialli dell'azienda di giocattoli danese) protagonista dell'ennesimo “Taco”. Sia in senso di arretramento, sia perché nell'animazione c'è il presidente degli Stati Uniti mangiare un taco vero, la famosa tortilla messicana, in segno di sconfitta.I Taco e le tariffe punitiveMa la dinamica, in ambito economico, si è ripetuta più volte in passato, con variazioni sul tema ma con una costanza impressionante: annuncio di tariffe punitive, volatilità immediata sui mercati, e successivo ripensamento presidenziale nel giro di ore o giorni. Nel caso del Canada e del Messico, Trump aveva imposto il 25% di tariffe per combattere il traffico di fentanyl, solo per sospenderle un giorno prima dell'entrata in vigore. Lo stesso schema si è poi manifestato anche con la Cina, dove le tariffe erano state portate al 145% per poi essere ridotte al 10% (per un periodo di negoziazione di 90 giorni): in quel caso il presidente aveva giustificato l'escalation come necessaria per riequilibrare la bilancia commerciale.La strategia Taco, però, non è stata applicata soltanto nei confronti di singoli paesi, ma ha riguardato anche settori industriali specifici come l'automotive e l'elettronica. Ad esempio, Trump aveva annunciato tariffe del 25% sugli iPhone a meno che Apple non spostasse la produzione negli Stati Uniti, salvo poi vedere i suoi consiglieri economici ridimensionare la portata della misura. Del resto, anche il settore dei giocattoli è finito nel mirino presidenziale, con Trump che aveva minacciato tariffe del 100% su Mattel, per poi suggerire che gli Stati Uniti fossero più interessati a riportare in patria produzioni ad alto valore aggiunto piuttosto che beni di consumo di massa.Tribunali e mercatiProprio mentre l'acronimo Taco guadagnava popolarità sui mercati, è arrivata una battuta d'arresto giudiziaria che ha complicato ulteriormente il quadro delle politiche tariffarie trumpiane. La Corte commerciale internazionale degli Stati Uniti ha stabilito mercoledì che Trump avrebbe superato i suoi poteri costituzionali nell'imporre tariffe generalizzate, stabilendo che l'International Emergency economic powers act del 1977 non conferisce al presidente un'autorità illimitata in materia di dazi. I tre giudici – nominati rispettivamente da Obama, Reagan e dallo stesso Trump – hanno emesso un'ingiunzione permanente che blocca l'implementazione delle tariffe più ampie, incluse quelle del "Liberation Day" annunciate il 2 aprile.La decisione giudiziaria ha scatenato una reazione immediata sui mercati asiatici, con gli indici di Tokyo e Seoul che hanno fatto registrare un rialzo di quasi il 2% nella prima occasione utile per reagire alla notizia. Tuttavia, l'entusiasmo si è rapidamente smorzato quando è emerso che l'amministrazione Trump aveva immediatamente presentato ricorso, e che giovedì sera la Corte d'appello federale aveva temporaneamente sospeso la decisione del tribunale di primo grado. Le tariffe, dunque, restano in vigore almeno fino alla conclusione del procedimento, che potrebbe arrivare fino alla Corte Suprema. Di conseguenza, aziende e investitori si trovano costretti a navigare in un contesto di instabilità prolungata, con piani industriali congelati e catene di fornitura in bilico.