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Non è facile capirsi sulla tripofobia, una forma di repulsione più o meno intensa che alcune persone provano alla vista di superfici piene di piccoli fori irregolari e ravvicinati. Non è una fobia definita nei manuali diagnostici, ma provoca in molti casi reazioni di disgusto, disagio o persino paura incomprensibili per chi non ne soffre. Perché per una persona non tripofobica non c’è niente di repellente o minaccioso, per esempio, nella corteccia di un tronco bucherellato da un picchio, nel favo di un nido d’ape o nelle bollicine che si formano in un impasto durante la cottura.
Circa il 10-15 per cento delle persone invece trova sgradevoli queste immagini, secondo una stima fornita al Washington Post da Nate Pipitone, psicologo della Florida Gulf Coast University che si occupa da anni di tripofobia. La parola – dal greco antico trŷpa (“buco”) – emerse in un forum online nei primi anni Duemila, ma la sensazione che indica esiste probabilmente da molto prima, anche se Internet potrebbe avere aumentato le occasioni di esposizione agli stimoli che la suscitano.
Di tripofobia soffrono persone di ogni età, anche bambini di 4-5 anni. Chi ce l’ha la descrive in vari modi: come una sensazione simile alle vertigini, alla nausea, o a un fastidioso prurito o formicolio sul corpo.







