Non è la semplice paura dei ragni (che infatti ha un nome proprio, si chiama aracnofobia). O quella dei serpenti (ofidiofobia) o delle api (apifobia) o, più in generale, degli animali nel loro complesso (zoofobia): il terrore, irrazionale, di trovarsi faccia a muso con un cane o un cavallo o col becco di un uccello (ornitofobia). Non è niente di tutto questo. Anzi meglio, in un certo senso c’entra: perché ci sono anche loro, le quasi due milioni di specie animali che la scienza conosce (per fermarsi al dato catalogato perché se si scivola nell’ignoto non ci sono più reti di protezione), epperò non si esaurisce lì. Va oltre. Va nella natura.
All’aria aperta, nel parco, in montagna, sulla spiaggia selvaggia, lontano dalla città, in campagna nei campi non controllati dall’agricoltura, abordo fiume, in una qualsiasi oasi incontaminata e, quindi, libera. Però anche sporca, fangosa, piena di polvere, crocevia di insetti, insettini, insettoni, col pericolo di mettere il piede su una foglia scivolosa, con rami che cadono, con gli alberi che stormiscono (magari tetramente), con la sensazione, sempre, costante, incancellabile di non avere nulla sotto controllo e di essere in balìa del caso e del territorio. Mica è facile per un biofobo. Uno di quelli che, in mezzo alla natura, si sentono a disagio (esistono, eccome: stanno persino aumentando). Non stanno bene, vanno in ansia, si spaventano a ogni fruscio, sobbalzano, pensano immediatamente agli scenari peggiori, perché-non-sono-rimasto-a-casa?, alle volte provano addirittura un moto di disgusto, di ripugnanza per quello che li circonda.






