Una simile levata di scudi non si era ancora vista all'Europa Building, soprattutto nei confronti di uno Stato membro dell'Ue.
Nel mirino ancora una volta l'Ungheria, sempre più refrattaria a seguire le regole della casa comune che hanno scolpito nella roccia il principio di non discriminazione.
Dopo aver visto più volte Commissione e Parlamento Europeo puntare il dito contro Budapest, questa volta a prendere l'iniziativa sono stati i Paesi Ue, di solito riluttanti a pestarsi i piedi a vicenda. Segno che, per dirla con le parole del ministro di Stato tedesco per l'Europa, Gunther Krichbaum, con Viktor Orbán si è "persa la pazienza".
La goccia che ha fatto traboccare il vaso sono le modifiche costituzionali approvate dall'Ungheria il mese scorso in cui si stabilisce il primato del diritto dei bambini a un "corretto sviluppo fisico, intellettuale e morale" sugli altri diritti fondamentali. Un escamotage con cui si giustifica la restrizione della libertà di riunione pacifica, mettendo al bando di fatto le marce del Pride. "Siamo profondamente allarmati da questi sviluppi, che sono contrari ai valori fondamentali della dignità umana, della libertà, dell'uguaglianza e del rispetto dei diritti umani" hanno messo nero su bianco i Paesi Bassi in una dichiarazione che ha visto in giornata raccogliere le adesioni di 20 Stati membri.







