Il cammino è misura di tutte le cose. Dell’andare e del fermarsi, della solitudine e del respiro. Se poi è il Camino (una m, è spagnolo) di Santiago non resta che partire, un passo dopo l’altro, fino alla tomba dell’apostolo Giacomo. Si può iniziare dai Pirenei, a Saint-Jean-Pied-de-Port, o da Siviglia, da Lisbona o da Irun perché tutte le strade portano a Compostela, dove, secondo la leggenda, tra l’813 e l’830, l’apparizione di una stella condusse l’eremita Pelagio alla tomba del santo, che nel VI secolo – così ricordano le fonti – era stato in missione nella penisola iberica per poi essere decapitato da Erode una volta tornato in Palestina (44 d.C.). Furono i suoi discepoli a seppellirlo dove fu poi trovato, nel campo della stella (Compostela, appunto), e dove il vescovo Teodomiro fece costruire una prima chiesa in suo onore.
Quella chiesa è la cartolina che milioni di occhi ogni anno aggiungono ai loro ricordi, perché partire è un atto di fede, il bisogno di incastrare pezzi di vita o vedere l’effetto che fa. Il Camino Francés è il più classico, quello storico, dai Pirenei all’Atlantico, 800 chilometri, e altri 100 per l’Oceano dove raccogliere la capasanta, la “concha de romeros”, simbolo di San Giacomo. Lo zaino deve bastare per qualcosa più di un mese e nella prima tappa, verso Roncisvalle per scollinare i Pirenei, si fa sentire. Siamo in Navarra, da Pamplona a Puente la Reina, dove “todos los caminos se hacen en uno solo” (tutti i cammini diventano uno solo). Ogni giorno un nuovo ostello, un nuovo letto, un nuovo café con leche, nuovi incontri, l’Europa è rappresentata tutta ma ormai Santiago è una star internazionale ed è United Nations of Caminos: a cena ascolti Irina da Mosca e Darya da Kiev che dialogano, o Joy da Taiwan e Kim da Shanghai che programmano la tappa successiva. Avrebbero molto da imparare i politici se ascoltassero i viandanti e il loro desiderio di pace.







