«Ci sono regioni che li hanno usati molto bene, altre che li hanno usati poco e meno bene», l’assessore al Bilancio dell’Emilia-Romagna, Davide Baruffi, non dice no a una revisione dei meccanismi che governano i fondi di coesione europei destinati alle regioni. Ma a non piacere è, ancora una volta, la via della centralizzazione della spesa sul modello del Pnrr. «Mentre difendiamo l’approccio dal basso - dice - dobbiamo ammettere che ci sono anche cose che non vanno. E quindi sfidare l’Europa a fare meglio. Il problema, però, non è la prossimità. Perché indipendentemente dal colore politico del governo o delle singole regioni, nell’uso dei finanziamenti che arrivano da Bruxelles anche la regione che fa peggio, fa comunque meglio della spesa dei ministeri. E questo lo dicono i numeri».Come per la Lombardia, anche in Emilia-Romagna i fondi di coesione «sono la leva dell’innovazione», dice Baruffi. Eccellenze come i tecnopoli non avrebbero potuto crescere, «perché da un lato abbiamo investito su tecnologia e ricerca, dall’altro sulle imprese. Il tecnopolo di Bologna, se non dialoga con le aziende, potrebbe essere su Marte. Invece, per l’ultimo bando sul digitale con fondi Fesr è andato in crash il sistema dalle richieste che sono arrivate». «Non si tratta solo di quanto si spende – dice ancora Baruffi - ma di come e in quali tempi. Quando la spesa è stata centralizzata si è finito per privilegiare interventi a pioggia, scatenando una sorta di competizione tra i comuni anziché farli dialogare per costruire insieme una strategia per il territorio. E anche i tempi di spesa sono lunghissimi». Oltre all’innovazione, passano dai fondi Fesr e Fse+ le politiche per la formazione, per gli asili nido e per la gestione delle aree interne, «perché un conto è la via Emilia e un’altra l’Appennino. Anche questa è coesione», dice Baruffi. Certo, ammette, «capisco che per Bruxelles un conto è avere a che fare con 27 Paesi, un conto con centinaia di regioni. Questo è l’unico elemento di semplificazione che vedo. Ma una riforma per la centralizzazione non posso che definirla negativa. E il rischio concreto c’è».