«Lo abbiamo saputo da alcuni nostri amici, non ho notizie se non quelle che girano su Internet». Lo dice al telefono Maurizio Carturan, padre di Michael Valentino Teofrasto Carturan. In sottofondo si sente una donna parlare: «Stiamo chiamando proprio ora la Farnesina».
È pieno pomeriggio, sono le 17 a Rivoli, cittadina alle porte di Torino. È qui che Michael vive con la famiglia, anche se i suoi cari non lo vedono da diversi giorni. È trascorsa più di un’ora dalla prima agenzia di stampa che diffonde il nome del giovane, anche se dalla notte circola la notizia di un turista italiano rapito e torturato per oltre due settimane a New York.
«Non avevamo idea, non so dirle nient’altro», ripete senza molte parole il padre. Lasciando quindi intendere che non ci siano stati dei contatti ufficiali per informarli di quanto accaduto. Dalla voce, però, traspare la preoccupazione per il figlio così distante e per i particolari che arrivano dagli Stati Uniti.
Maurizio Carturan, erborista, cerca di rimettere insieme i puntini e capire cosa è accaduto a suo figlio, partito per l’America il 6 maggio: «Ci eravamo scritti su Whatsapp qualche giorno fa, era normale sentirci ogni tanto», ripete. Nessun allarme quindi, nessun sospetto che qualcosa fosse andato storto durante il viaggio. Viaggio che, spiega, «mio figlio ha scelto di fare per interessi turistici, voleva apprendere meglio la lingua e fare visita agli amici che aveva conosciuto e che già erano venuti in Italia. Uno scambio normale, se questa persona avesse altri interessi non lo so… Penso sia stato coinvolto suo malgrado».












