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Il Suriname è un piccolo paese nella parte settentrionale del continente sudamericano, piuttosto povero e molto indebitato. È occupato al 90 per cento dalla foresta Amazzonica e ci vivono meno di 700mila persone, con una composizione etnica piuttosto peculiare per la regione, risultato di una storia coloniale finita nel 1975. Tutti i suoi abitanti contano di diventare molto più ricchi nei prossimi anni, grazie a enormi giacimenti di petrolio scoperti di recente. Le estrazioni inizieranno nel 2028, ma già da adesso i politici locali stanno promettendo soldi “a pioggia” a tutti i cittadini.
In Suriname domenica si vota per eleggere i 51 membri del parlamento, che poi sceglieranno presidente e vicepresidente. Gli eletti resteranno in carica per 5 anni e potranno gestire i primi effetti della prossima ricchezza. Finora elettori ed elettrici hanno votato perlopiù su base etnica: non essendoci un’etnia maggioritaria, i governi sono stati spesso di coalizione.
Nel paese ci sono indiani (circa il 27%), discendenti di lavoratori che vennero qui per lavorare nelle piantagioni dopo l’abolizione della schiavitù; indonesiani di Giava (14%), arrivati perché Suriname e Indonesia erano entrambe colonie dei Paesi Bassi; discendenti degli schiavi africani e dei maroon, schiavi fuggiti e poi rimasti nel paese (insieme sono più di un terzo della popolazione); minoranze di popoli indigeni (meno del 4%) e di cinesi (2%, da un’immigrazione recente); una componente importante di meticci (quasi il 15%) e pochissimi eredi dei colonizzatori olandesi.







