Un futuro evocato non come una suggestione lontana, ma come un obiettivo industriale concreto, con numeri, investimenti e strategie ben definite. Al convegno “Il futuro possibile: l’innovazione sostenuta dai grandi player”, organizzato nell’ambito del Festival dell’Economia di Trento, la parola “innovazione” è uscita dalla sua comfort zone, diventando linguaggio d’impresa, ingegneria di processo, capitale umano. E prendendo le sembianze di un centro di eccellenza digitale a Trieste; una cialda di caffè tracciabile in blockchain o anche un salvavita che protegge le nostre vite invisibili dentro a un muro.

Niente profezie. Piuttosto il convegno ha fatto conti. Evidenziando quelle competenze che servono e che mancano o anche quell’apertura alle tecnologie e all’intelligenza artificiale generativa che servirebbe, ma che in molti casi nelle imprese è assente.

Fabio de Petris, amministratore delegato di BAT Italia, ha descritto la trasformazione radicale di un gruppo noto nel mondo per il tabacco combusto e oggi in prima linea nella corsa verso prodotti a rischio ridotto. «Il nostro obiettivo per il 2030 è avere il 50% delle entrate da prodotti a rischio ridotto. Ma in Italia siamo già al 45%, con cinque anni di anticipo sulla tabella di marcia». Il cuore pulsante di questa rivoluzione è a Trieste, dove BAT ha investito 500 milioni per aprire uno stabilimento all’avanguardia (cosa possibile in soli 13 mesi «grazie a una grande collaborazione fra pubblico e privato») e un centro di eccellenza per la digital transformation «che serve altre aree, dal Canada agli Usa. Un investimento fatto bene — sottolinea de Petris — visto che i risultati dello stabilimento sono i migliori del gruppo a livello globale».