La verità, si sa, sta nei dettagli. Un retroscena degli inutili negoziati di metà maggio a Istanbul svela l’autentico spirito della delegazione russa ai tavoli di trattativa. A guidare il gruppo era stato scelto Vladimir Medinsky: non casualmente, stesso capodelegazione di Istanbul ’22, con analoghe condizioni leonine spacciate per accordo. Costui, racconta Anne Applebaum su Atlantic, s’è spinto a deridere un membro della delegazione ucraina in lutto per un nipote ucciso nei combattimenti. «Forse alcuni di quelli seduti qui perderanno altri dei loro cari», ha sogghignato. Non proprio l’incipit d’un capitolato di tregua.
Dopo il flop di Istanbul, ha preso a circolare la speranza di colloqui in Vaticano, con un incoraggiante allineamento: la disponibilità logistica della Santa Sede, l’apertura di Zelensky, quella degli europei sollecitati da Giorgia Meloni. Ipotesi affossata da Sergej Lavrov, il ministro degli Esteri di Putin, per l’ asserita «ineleganza» di una discussione tra Paesi ortodossi in terra cattolica. Più semplicemente, i russi non considerano gli ucraini liberi cittadini di un’altra nazione, ma infedeli sudditi della propria. E vogliono punire il ribelle Zelensky, colpevole «di avere creduto eterno il sostegno americano». A questo punto, però, è ragionevole domandarsi come mai, di tanto in tanto, Mosca lasci circolare il miraggio di un dialogo, con finti spiragli e vere chiusure che producono giri a vuoto. Una risposta plausibile è che si tratti di una tattica, funzionale a due esigenze. Vediamo quali.






