La Russia e il suo presidente sono interessati a una cessazione delle ostilità molto più di quanto entrambi siano disposti ad ammettere, o a mostrare in pubblico. Al solito orario improbabile, poco dopo aver reso pubblico l’elenco dei negoziatori che in prima battuta sarebbero partiti per Istanbul, nella notte tra mercoledì e giovedì Vladimir Putin ha convocato al Cremlino una riunione ad altissimo livello, quasi una specie di Consiglio di sicurezza allargato. Esserci, c’erano tutti, i volti che ci sono diventati familiari in questi tre anni di guerra. I vertici dell’esercito, dei servizi segreti, del ministero della Difesa e di quello degli Esteri, c’erano anche i diplomatici che avevano preso parte ai precedenti colloqui. Non mancava nessuno. Un tale assembramento non si verificava dall’inizio dell’Operazione militare speciale. La composizione della squadra che da ieri si trova in Turchia indica forse ambizioni e aspettative piuttosto contenute, ma non è neppure detto che questo sia un male. Vladimir Medinsky è l’uomo che nella primavera del 2022 condusse le trattative di Istanbul poi naufragate, ma è chiaro che il punto di ripartenza per il Cremlino rimane proprio quell’accordo che secondo la visione di Putin sarebbe stato siglato se non fosse intervenuto l’Occidente, guerrafondaio per ormai consueta definizione russa.