Per i medici di famiglia ci sarà un doppio canale: diventare dipendenti del Servizio sanitario nazionale o restare convenzionati, come sono oggi. Ma per quest'ultimi saranno previsti anche “obblighi normativamente cogenti” riguardo a “debito orario” e “prestazioni da garantire” da sottrarre alla contrattazione collettiva sia nazionale che locale “in modo tale da assicurare l'effettivo avvio delle strutture e dell'organizzazione prevista dal Pnrr”. In pratica i dottori dovranno lasciare un po' di ore a settimana i loro studi e andare a lavorare nelle nuove strutture finanziate dal Pnrr con tre miliardi e cioè Case e Ospedali di comunità.

Per i medici di famiglia si avvicina dunque l'attesa riforma rinviata da almeno tre anni: a rompere gli indugi - come chiesto dal ministro della Salute Orazio Schillaci e dalla stessa premier Meloni - sono le Regioni che hanno messo a punto un documento di quattro pagine con i principi generali della riforma dei medici e dei pediatri di famiglia. Una riforma “auspicabile” come recita il titolo della proposta che si era resa necessaria già durante il Covid tanto che un primo documento per la riforma era già stato realizzato dalle Regioni nel settembre del 2021 in cui si evidenziava la necessità di uscire dalle “criticità del convenzionamento” dei medici di famiglia (che prevede lunghi e complicati accordi collettivi nazionali e locali) da sostituire con “regole chiare e attività esigibili”, ma poi “nessuna riforma, come è noto - ricorda il documento “riservato” firmato dai tecnici regionali - ha visto la luce per la caduta del Governo dell'epoca (quello Draghi, ndr)”.